La Corte d’Appello di Napoli, Sez. I, con la sentenza del 8 ottobre 2012, n. 172, ha stabilito che il tribunale, in fase di ammissibilità della proposta di concordato preventivo, non deve limitarsi a una verifica formale, ma può e deve valutare anche nel merito l’ammissibilità della proposta, anche alla luce di eventuali elementi e documenti ritenuti «idonei ad inficiare la plausibilità del giudizio prognostico con essa formulato in ordine alla fattibilità del piano concordatario».
In particolare, secondo la Corte d’Appello, il giudice chiamato a decidere sul piano concordatario, «può e deve dichiarare inammissibile la proposta di concordato preventivo a corredo della quale sia stata presentata una relazione che, pur contenendo la formale attestazione della veridicità dei dati aziendali e della fattibilità del piano concordatario del debitore, debba considerarsi sostanzialmente incompleta e per questo inattendibile per aver omesso di prendere in considerazione – non importa se dolosamente o colposamente – accadimenti sicuramente rilevanti ai fini di quella prognosi in ordine all’adempimento del concordato preventivo proposto dal debitore alla cui formulazione la c.d. attestazione sulla fattibilità del piano concordatario è in definitiva finalizzata».
Inoltre, per la Corte d’Appello, la circostanza che la valutazione sulla relazione attestativa della veridicità dei dati aziendali e della fattibilità del piano concordatario presentata dal debitore, una volta aperta la procedura, viene comunque operata dal commissario giudiziale nominato dal tribunale, non esime il tribunale dal predetto controllo, in quanto «la semplice apertura della procedura produce imponenti effetti potenzialmente pregiudizievoli e talvolta irrevocabili per i creditori del proponente».
Nel caso di specie, la Corte d’Appello era chiamata a decidere in merito al reclamo proposto da una società avverso il rigetto da parte del tribunale della proposta di concordato preventivo, a cui era seguita la dichiarazione di fallimento.
In particolare, il tribunale aveva deciso di rigettare la proposta di concordato preventivo, ritenendo il piano carente sotto un duplice aspetto: non aveva considerato la probabile revoca del finanziamento pubblico concesso alla società, non avendo quest’ultima rispettato l’impegno di assumere un certo numero di lavoratori; e non aveva indicato il soggetto destinato a subentrare nella titolarità dell’azienda della quale prevedeva la vendita. Inoltre, su tali aspetti, la relazione del professionista attestatore presentata a corredo del piano era completamente lacunosa e carente.
In forza delle suddette considerazioni, la Corte d’Appello ha rigettato il reclamo proposto dalla società fallita.