La Corte di Cassazione, Sez. V Penale, con la sentenza del 26/01/2012 n. 3238 ha stabilito che il profitto, per essere assoggettabile alla confisca per illecito amministrativo degli enti, deve rappresentare una ricchezza realmente conseguita e non meramente attesa.

La vicenda nasce dal sequestro preventivo, funzionale alla confisca obbligatoria, di alcuni terreni sui quali si stavano realizzando immobili ad uso abitativo e commerciale, ritenuti frutto di violazione della normativa urbanistica, falso ideologico e corruzione propria. Nella circostanza veniva sequetrata alla società costruttrice anche una somma pari al corrispettivo del contratto preliminare di vendita del complesso immobiliare progettato, che però era sottoposto alla condizione della approvazione del piano attuativo da parte del comune.

A causa di intoppi burocratici nell’approvazione del piano attuativo il suddetto contratto preliminare veniva risolto dalle parti per il mancato avveramento della condizione.

La società sottoposta al sequestro preventivo funzionale alla confisca obbligatoria ha presentato ricorso avverso la misura cautelare.

La Corte di Cassazione, investita della questione, sottolinea come il contratto preliminare di vendita delle unità immobiliari, non può ritenersi un «vantaggio economico direttamente ed effettivamente conseguito con l’illecito, bensì un ammontare di crediti ed utilità non ancora percepite, ma soltanto attese», tanto che il contratto si è poi risolto per il mancato avverarsi della condizione sospensiva a cui era collegato, privandolo di un effettivo contenuto di vantaggio per la società.

Inoltre, sottolinea la sentenza richiamando una precedente decisione, per “profitto” soggetto alla confisca in tema di responsabilità degli enti, deve intendersi «l’utilità effettivamente conseguita e già nella disponibilità del destinatario», mentre il credito relativo al contratto preliminare in oggetto rappresenta una utilità non ancora percepita, ma soltanto attesa, ancorché ancorata ad un’intesa negoziale.

Secondo la Corte di Cassazione, «si impone, dunque una verifica in concreto del profitto realmente lucrato, evidenziando la porzione di ricchezza realmente conseguita, sulla quale, di poi, può applicarsi la sanzione della confisca».

La Corte di Cassazione, sulla base delle suddette considerazioni, ha dichiarato illegittimo il predetto sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, disponendo l’annullamento della relativa ordinanza.