La Corte di Cassazione, Sez. V pen., con la sentenza del 15 novembre 2012, n. 44824 ha stabilito che «il fallimento della società non è equiparabile alla morte del reo e quindi non determina l’estinzione della sanzione amministrativa prevista dal decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231».
La vicenda nasce dal ricorso proposto dai pubblici ministeri del tribunale, avverso la sentenza con la quale il giudice per l’udienza preliminare del tribunale aveva dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di una società, ritenendo estinto l’illecito amministrativo ex D.Lgs. 231/01 per sopravvenuto fallimento della società.
In merito la Corte Suprema ha precisato che il fallimento non produce l’estinzione della società, la quale non consegue automaticamente nemmeno alla chiusura della procedura, in quanto l’estinzione si ha unicamente con un atto formale di cancellazione della società da parte del curatore. Fino a quel momento, precisa la sentenza, «la società rimane in vita, mantenendo funzioni limitate ed ausiliarie e potendo comunque ritornare in bonis, con conseguente riespansione dei poteri gestionali ed amministrativi degli organi sociali».
Inoltre, ha sottolineato la Corte di Cassazione, anche qualora non sussistano fondate prospettive che la società riprenda l’attività, «la sanzione irrogata nel corso del fallimento potrà legittimare la pretesa creditoria dello Stato al recupero dell’importo di natura economica mediante la insinuazione al passivo».
Del resto, continua la sentenza, la funzione pratica della sanzione ex D.Lgs. 231/01 sarebbe pressoché limitata se non potesse essere azionata in caso di fallimento della società.
Il fallimento dell’impresa collettiva, ha precisato la Corte Suprema, non può equipararsi alla morte della persona fisica, ma eventualmente ad un malato grave, «la cui morte è altamente probabile, ma non certa nel se e nel quando. E fino al momento della morte effettiva del soggetto non è possibile dichiarare l’estinzione del reato solo perché il decesso è, in un futuro non lontano, altamente probabile».
Sulla base delle suddette premesse, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di non luogo a procedere del giudice per l’udienza preliminare e ha disposto il rinvio al giudice di primo grado per una nuova valutazione della questione, alla luce dei principi espressi nella sentenza in esame.