E’ quanto sancito dalla sentenza della Corte di Cassazione, sez. III pen, del 9-28 maggio 2013 n. 22980 che ha ribadito un recente ma univoco orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, previsto dal D. Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, comma 2, nei confronti delle persone giuridiche, non può essere disposto sui beni di qualsiasi natura appartenenti alla persona giuridica nel caso in cui si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, sulla base della L. n. 244 del 2007, art. 1, comma 143.
L’assunto perché l’art. 24 e ss. del citato D. Lgs., non prevedono i reati fiscali tra le fattispecie in grado di giustificare l’adozione del provvedimento, salva sempre l’ipotesi ove la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio, utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, in quanto in tal caso l’illecito non risulta commesso nell’interesse o a  vantaggio di una persona giuridica, ma del reo medesimo attraverso lo schermo dell’ente (Cass. n. 1256/2013; Cass. 29/8/2012, n.33371; Cass. 14/6/2012, n. 25774).
La Corte di Cassazione ha annullato una pronuncia del Tribunale di Brindisi che aveva ritenuto che la società non potesse considerarsi terza estranea al reato, in quanto, pur non essendo indagata, partecipava alla utilizzazione degli incrementi economici derivati dall’illecito, commesso dal suo  legale rappresentante, ed il sequestro è finalizzato proprio a rendere possibile il pagamento delle imposte evase con la condotta dell’indagato. Tale argomentazione non è stata condivisa però dalla Suprema Corte che ha ribadito come, in difetto di un puntuale accertamento circa la fittizietà della struttura societaria, posta dal prevenuto a copertura della violazione tributaria in contestazione, non può procedersi al sequestro dei beni e poi alla loro confisca.