La Corte di Cassazione, Sez. II Penale, con la sentenza del 31 maggio 2012 n. 20976, ha stabilito che in presenza di un “reato contratto”, il profitto del reato è da identificarsi con l’intero prezzo del negozio ed è legittimo il sequestro anche dei beni personali del socio, oltre che dei beni societari.
La vicenda nasce dai reati di corruzione e truffa ai danni dello Stato dai quali era scaturita una illegittima aggiudicazione di un appalto pubblico. Le fattispecie di reato venivano contestate in capo a due soci di una Srl, di cui uno anche legale rappresentante, in seguito alla quale, ai sensi della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti (D.Lgs. n. 231 del 2001), venivano contestualmente disposti i sequestri preventivi finalizzati alla confisca “per equivalente” del profitto del reato, sui beni della società e sui beni personali dei due soci.
In merito, la Corte di Cassazione ha innanzitutto ribadito, richiamando una precedente decisione, che in presenza di un concorso fra la responsabilità individuale dell’autore del reato e la responsabilità amministrativa dell’ente, «il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato di corruzione può incidere contemporaneamente od indifferentemente sui beni dell’ente che dal medesimo reato ha tratto vantaggio e su quelli della persona fisica che lo ha commesso».
Inoltre, continua la sentenza, «il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente sui beni della persona fisica non richiede, per la sua legittimità, la preventiva escussione del patrimonio della persona giuridica nell’interesse della quale il reato è stato commesso» e può essere disposto nei confronti di «ciascuno dei concorrenti anche per l’intera entità del profitto accertato, anche se l’espropriazione non può essere duplicata o comunque eccedere nel quantum l’ammontare complessivo dello stesso».
Ai fini dell’individuazione del “profitto” del reato, la Corte di Cassazione ha evidenziato la distinzione fra il “reato contratto”, configurabile quando «vi è una vera a propria immedesimazione del reato con il negozio giuridico» ed il “reato in contratto”, quando «il comportamento penalmente rilevante non coincide con la stipulazione del contratto in sé, ma va ad incidere solamente sulla fase di formazione della volontà contrattuale o su quella di esecuzione del programma negoziale».
Nel caso del “reato in contratto”, continua la sentenza, il profitto non è interamente ricollegabile alla condotta penalmente sanzionata, in quanto la condotta illecita non ha riguardato «la stipulazione contrattuale tout court, ma esclusivamente il comportamento tenuto, nel corso delle trattative o della fase esecutiva, da una parte in danno dell’altra» ed allora il profitto del reato è da identificarsi nel solo vantaggio economico derivante dal fatto illecito.
Nel caso in esame, invece, trattandosi di una truffa ai danni dello Stato, secondo la Corte Suprema si è in presenza di un “reato contratto”, pertanto, «essendovi la totale immedesimazione del reato con il negozio giuridico, l’intero prezzo è sequestrabile, senza fare alcun riferimento alla distinzione fra questo ed il profitto».
Sulla base di tali considerazioni, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dai due soci e ha confermato l’ordinanza del tribunale che, in sede di riesame, aveva sostanzialmente confermato i suddetti sequestri disposti dal g.i.p.