Con la sentenza n. 33330/2011, depositata l’8.9.2011, la Suprema Corte ha chiarito che affinché sussista il reato di truffa – e non la semplice evasione – ai danni di un ente pubblico è sufficiente che il datore di lavoro induca in errore l’istituto previdenziale.

La Cassazione, dunque, con la suddetta pronuncia ha rigettato il ricorso del presidente di una cooperativa di pastori sardi reo di avere presentato, tramite i modelli DM 10, all’I.N.P.S. la richiesta di conguaglio di Euro 6.940,02 a titolo di indennità di maternità non corrisposte alla lavoratrice dipendente.

Il ragionamento della difesa per cui l’imputato non avrebbe posto in essere “quel quid pluris consistente in un artificio o raggiro necessario a configurare il delitto di truffa”, non ha convinto la Corte.

Infatti, con tale sentenza, la Cassazione ha ribadito il principio secondo il quale “integra il delitto di truffa, e non il meno grave reato di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 37, il datore di lavoro che, per mezzo dell’artificio costituito dalla fittizia esposizione di somme come corrisposte al lavoratore, induce in errore l’istituto previdenziale sul diritto al conguaglio di dette somme, invero mai corrisposte, realizzando così un ingiusto profitto e non già una semplice evasione contributiva (Sez. 2, n. 11184 del 27/02/2007, Maravalle, Rv. 236131; Sez. 3, n. 12169 del 19/10/2000, Doti, Rv. 217657)”.

Nel caso di specie dunque, secondo la sentenza in esame, “la falsa dichiarazione sulla corresponsione dell’indennità di maternità non era finalizzata all’omesso versamento degli importi dovuti per contributi e premi, bensì al conseguimento dell’ingiusto profitto rappresentato dalle somme indicate falsamente come corrisposte, di cui viene sollecitato il conguaglio”.