La Corte di Cassazione con sentenza dell’8 maggio 2017 n. 22148, in merito alla disciplina del divieto di uso di impianti audiovisivi e di altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo del lavoratore, si è pronunciata sulla validità come scriminante del consenso dei lavoratori in assenza di accordo sindacale o di autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro ai fini dell’applicazione delle sanzioni previste.

In sintesi, l’attuale disciplina contenuta nell’articolo 4 della Legge n. 300/1970 (c.d. Statuto dei lavoratori) prevede la possibilità per il datore di lavoro di installare impianti audiovisivi e/o altri strumenti idonei ad esercitare anche il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori solo laddove impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e previo accordo collettivo stipulato con la rappresentanza sindacale unitaria o le rappresentanze sindacali aziendali oppure, in mancanza di accordo, solo previa autorizzazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro. La violazione di tali disposizioni integra il reato di cui all’art. 38 dello Statuto dei lavoratori.

Fanno eccezione gli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze in quanto, sebbene potenzialmente idonei al controllo a distanza del lavoratore, non necessitano del suddetto accordo sindacale o dell’autorizzazione.

La sentenza in oggetto ricorda come la precedente giurisprudenza della Corte di Cassazione abbia ritenuto che l’installazione di un sistema di videosorveglianza sul luogo di lavoro, anche in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali o di accordo scritto tra i dipendenti quando prescritti, non integra il reato previsto dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori laddove sia stata acquisita la prova certa che il consenso sia stato prestato – anche oralmente – da tutti i lavoratori (v. Cass. Pen., sez. III, 17 aprile 2012, n. 22611).

Invece, discostandosi dal precedente orientamento, la sopra citata sentenza n. 22148/2017 ha svolto una diversa valutazione in merito all’applicabilità dell’esimente del consenso dell’avente diritto.

Infatti, i giudici della Cassazione hanno stabilito innanzitutto che sussiste una continuità del tipo di illecito tra la previgente fattispecie, prevista dallo Statuto dei Lavoratori (artt. 4 e 38 comma 1, L. 300 del 1970) e dal Codice in materia di protezione dei dati personali (art. 114 e 171 D.Lgs. 196 del 2003), e quella attuale rimodulata dall’art. 23 del D.Lgs. 14 settembre 2015 n. 151 (attuativo di una delle deleghe contenute nel c.d. Jobs Act) in quanto la normativa sopravvenuta ha mantenuto integra la disciplina sanzionatoria per la quale la violazione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori è penalmente sanzionata ai sensi dell’art. 38 dello stesso statuto.

La Corte ha quindi sostenuto come il consenso – sia orale che scritto – concesso dai singoli lavoratori non valga a scriminare la condotta del datore di lavoro che abbia installato i predetti impianti senza il previo accordo con le rappresentanze sindacali ovvero l’autorizzazione dell’Ispettorato, in violazione delle prescrizioni dettate dalla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 38 dello Statuto.
Sul punto, la Cassazione evidenzia che tale tutela penale è apprestata per la salvaguardia di interessi collettivi di cui le rappresentanze sindacali sono portatrici in luogo dei lavoratori.
In questo senso, sottolinea la sentenza, il consenso del lavoratore non svolge alcuna funzione esimente, atteso che il lavoratore non è l’intestatario di tale interesse collettivo tutelato che invece spetta alle rappresentanze sindacali.