La Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, con la sentenza del 31 gennaio 2012, n. 1411 si è espressa in merito alla natura da attribuire all’indennità spettante al lavoratore a seguito della declaratoria di nullità del termine apposto al contratto.
Preliminarmente la Corte Suprema ricorda come la Legge 4 novembre 2010, n. 183 (c.d. Collegato lavoro), all’articolo 32, comma 5 dispone che nei casi di conversione del contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato a seguito di nullità del termine apposto al contratto, si prevede la condanna del datore di lavoro al pagamento in favore del lavoratore di una indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
Secondo la sentenza in oggetto, l’indennità suddetta «copre soltanto il periodo cosiddetto intermedio, quello, cioè, che corre dalla scadenza del termine [del contratto] fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara la conversione del rapporto». Pertanto, continua la Corte Suprema, a partire da tale sentenza il datore di lavoro, oltre a dover corrispondere la suddetta indennità, è obbligato a reintegrare in servizio il lavoratore e a corrispondergli, in ogni caso, le retribuzioni successive alla sentenza, anche in ipotesi di mancata riammissione effettiva in servizio.
Inoltre, la Corte di Cassazione sottolinea che dalla suddetta indennità non può essere detratto l’eventuale reddito che il lavoratore può aver conseguito con altra occupazione svolta nel periodo fra la scadenza del contratto e la sentenza (c.d. aliunde perceptum), in quanto all’indennità in oggetto deve darsi una valenza sanzionatoria e non risarcitoria. Difatti, precisa la Cassazione, l’indennità in oggetto «è dovuta in ogni caso, al limite anche in mancanza di danno, per avere il lavoratore prontamente reperito un’altra occupazione».