Reato di bancarotta impropria da falso in bilancio per mancata svalutazione crediti inesigibili

  • 07 /
    07 /
    2017

    Non svalutare crediti inesigibili configura la condotta tipica del c.d. falso in bilancio e, laddove porti al dissesto della società, integra la fattispecie di bancarotta impropria ai sensi dell’art. 223 comma 2, n. 1 R.d. 16 marzo 1942 n. 267 (c.d. legge fallimentare)

    Così ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza del 15 giugno 2017 n. 29885 nel pronunciarsi su un caso in cui l’imprenditore non aveva svalutando crediti inesigibili come previsto dai principi contabili, aggravando così il dissesto dell’azienda e non chiedendo il fallimento.

    Il credito in oggetto era verso un’altra società di cui lo stesso imprenditore della società fallita era presidente del consiglio di amministrazione e di cui era a conoscenza dello stato di decozione. Pertanto, secondo i giudici di merito, l’imprenditore avrebbe dovuto procedere alla svalutazione per inesigibilità del credito in oggetto.

    Peraltro, sul punto, la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che i principi contabili – secondo i quali sarebbe dovuta intervenire una svalutazione almeno del 90% dei crediti inesigibili – non sono irrilevanti ai fini penalistici ed anzi rappresentano criteri tecnici generalmente accettati i quali consentono una corretta lettura delle voci del bilancio e dai quali ci si può discostare solo fornendo adeguata informazione e giustificazione.

    Per quanto attiene alla condotta dell’imprenditore, la Cassazione ha stabilito che la mancata svalutazione aveva consentito alla società di proseguire l'attività senza prendere atto che il patrimonio netto era divenuto negativo e che era quindi necessario provvedere alla sua ricapitalizzazione o alla sua liquidazione o ancora alla richiesta di fallimento.

    Per la Suprema Corte tale condotta trova la sua corretta qualificazione nell’art. 223, comma 2, n. 1, I. fall., poiché tale norma punisce chiunque cagioni, o concorra a cagionare, commettendo i delitti societari indicati, il dissesto della società, così sanzionando la condotta sia di chi il dissesto - da intendersi come lo squilibrio economico che conduce la società al fallimento - l'abbia interamente cagionato, sia chi ne abbia causato una parte (l'abbia, in altri termini, aggravato) posto che il dissesto, nei suoi termini economici, non costituisce un dato di fatto immodificabile e può pertanto essere reso ancor più grave.

    Sulla base di tali presupposti, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imprenditore e ne ha confermato la condanna per bancarotta impropria da falso in bilancio emessa nella fase di merito.

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